“Garanzia Italia” per il factoring e chiarimenti sulle attività di rilascio di garanzie

Con il Comunicato del 26 giugno 2020, la Cassa Depositi e Prestiti rende noto che SACE e Assifact, l’associazione che riunisce gli operatori del factoring, hanno definito le modalità operative e i termini di rilascio attraverso il portale online di SACE dedicato a banche e intermediari finanziari. Inoltre, l’ABI, con la Circolare 01 luglio 2020, n. 1251, precisa che ISMEA ha emanato la Circolare n. 3/2020, con la quale si forniscono dei chiarimenti in merito all’applicazione delle modifiche introdotte dalla legge di conversione all’art. 13, relative alle garanzie che possono essere rilasciate in favore delle imprese agricole.

SACE e Assifact, l’Associazione Italiana per il Factoring, annunciano l’avvio dell’operatività anche per il factoring di “Garanzia Italia”, lo strumento previsto dal Decreto Legge “Liquidità” n. 23/2020 per sostenere, attraverso la garanzia di SACE e la controgaranzia dello Stato, la continuità operativa e la ripartenza delle attività economiche e d’impresa danneggiate dall’emergenza Covid-19.
In sede di conversione in legge, infatti, le operazioni di factoring – attraverso cui le imprese cedono i propri crediti commerciali a banche o società specializzate che provvedono alla loro gestione e riscossione e concedono anticipazioni sui crediti stessi – si sono affiancate a quelle di finanziamento previste dal Decreto come interventi a sostegno della liquidità delle imprese che possono beneficiare delle garanzie di Stato.
In particolare, tra le operazioni che rientrano nel perimetro di Garanzia Italia vi sono: la cessione di crediti pro solvendo (salvo buon fine), sia spot che revolving; gli anticipi a favore delle aziende su futuri crediti commerciali che derivano da contratti di fornitura, commesse o appalti; altre operazioni in cui l’azienda incarica la società di factoring di pagare a scadenza per suo conto i crediti relativi alle fatture emesse nei suoi confronti dai fornitori, previa conferma della regolarità delle forniture da parte dell’azienda stessa.
Le linee di credito, inoltre, dovranno essere destinate a sostenere attività in Italia, tra cui capitale circolante e investimenti.
SACE e Assifact hanno definito e concordato i termini e le condizioni che disciplinano il rilascio delle garanzie da parte di SACE a beneficio delle società di factoring. Il rilascio delle garanzie avverrà online attraverso il portale dedicato “Garanzia Italia” sviluppato da SACE, dove le banche e le società di factoring – una volta ultimata la propria istruttoria e deliberato l’affidamento – potranno inserire le proprie richieste e ottenere le relative garanzie, controgarantite dallo Stato, in tempi brevissimi.

 

ISMEA, nella circolare del 22 giugno 2020, n. 2, allegata alla circolare ABI n. 1251/2020, distingue le modifiche già operative da quelle che devono ottenere la preventiva autorizzazione dalla Commissione Europea.
Sono già operative e applicabili ai finanziamenti deliberati dalle banche in data successiva a quella di entrata in vigore della Legge 05 giugno 2020, n. 40 di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23 (7 giugno 2020), le modifiche alle lettere e), g-ter) e g-quater).
Con specifico riferimento alla lettera e) – ossia le garanzie su operazioni di rinegoziazione/consolidamento – ISMEA chiarisce che, qualora la rinegoziazione/consolidamento abbia ad oggetto più finanziamenti, la banca deve applicare all’operazione un tasso di interesse inferiore alla media ponderata di quelli sui debiti residui oggetto di rinegoziazione/consolidamento.
Sono operative a partire dal 7 giugno anche le modifiche della legge di conversione alla lettera m) relative all’innalzamento dell’importo massimo garantibile a 30.000 euro, alle modalità di calcolo di quest’ultimo e al tasso massimo applicabile. E invece subordinata all’approvazione della Commissione Europea l’adeguamento della durata massima del finanziamento a 10 anni.
Anche l’estensione del perimetro soggettivo della garanzia ISMEA alle imprese forestali e ai comparti dell’acquacoltura e dell’ippicoltura, nonché ai consorzi di bonifica e ai birrifici artigianali, sarà operativa dall’approvazione della Commissione Europea.
Con specifico riferimento alla richiesta di garanzia dei finanziamenti di cui alla lettera m) e alla luce di quanto sopra indicato, si sottolinea che — nelle more dell’autorizzazione della Commissione Europea – la nuova modulistica non prevede la possibilità di erogare finanziamenti fino a 10 anni.

Resto al Sud: erogati i primi contributi aggiuntivi a fondo perduto

Le imprese finanziate con Resto al Sud hanno già iniziato a ricevere il contributo a fondo perduto previsto dal Decreto Rilancio come sostegno aggiuntivo per far fronte alle esigenze di liquidità connesse all’emergenza Covid-19. (INVITALIA – Comunicato 02 luglio 2020)

Invitalia, con un mese di anticipo rispetto al termine fissato dal decreto in oggetto, ha effettuato le prime erogazioni per un importo complessivo di 1,5 milioni di euro alle 90 imprese che a giugno ne avevano fatto richiesta per salvaguardare la loro continuità e non compromettere lo start up della loro iniziativa a seguito del lockdown.
Questo ulteriore incentivo permetterà inoltre, ai beneficiari di Resto al Sud, di realizzare gli investimenti necessari per adeguarsi ai nuovi comportamenti di consumo della clientela, con particolare riferimento alla digitalizzazione dei loro processi produttivi e gestionali: ad esempio l’utilizzo dell’e-commerce e del contactless non soltanto come modalità di pagamento, ma anche di prenotazione e fruizione di un servizio turistico-culturale o eno-gastronomico.
Resto al Sud si conferma, quindi, anche in considerazione dei mutamenti di scenario post Covid-19, un’opportunità concreta non soltanto per avviare nuove realtà produttive, ma anche per riprogettare o consolidare quelle già avviate, consentendo alle stesse di ripartire diversificando il loro sistema d’offerta e rapportandosi al mercato con un prodotto o servizio rinnovato e più competitivo.

Tra le numerose misure previste dal Decreto Rilancio (D.L. 19 maggio 2020, n. 34, art. 245), trova spazio anche quella di sostegno al fabbisogno di liquidità da parte dei fruitori dell’incentivo “Resto al Sud” (articolo 1 del decreto-legge 20 giugno 2017, n. 91, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2017, n. 123), derivante dagli effetti socio-economici dell’emergenza sanitaria collegata al COVID-19. Nello specifico, i soggetti finanziati dal suddetto incentivo, possono accedere, nei limiti delle risorse già disponibili e quindi senza ulteriori nuovi oneri per la finanza pubblica, ad un contributo a fondo perduto a copertura del loro fabbisogno di circolante, il cui ammontare è determinato in misura pari a:
– 15.000 euro per le attività di lavoro autonomo e libero-professionali esercitate in forma individuale;
– 10.000 euro per ciascun socio, fino ad un importo massimo di 40.000 euro per ogni impresa.
Per accedere al contributo, i liberi professionisti, le ditte individuali e le società, ivi incluse le cooperative, devono:
1) aver completato il programma di spesa finanziato dalla misura agevolativa “Resto al Sud”;
2) avere adempiuto, al momento della domanda, agli oneri di restituzione delle rate del finanziamento bancario, pari al 65% del finanziamento complessivo ottenuto.
3) essere in possesso dei requisiti attestanti il corretto utilizzo delle agevolazioni e non trovarsi, quindi, in una delle condizioni che possono determinare la revoca totale o parziale dell’agevolazione (art. 13, co. 1, D.M. 9 novembre 2017, n. 174), quali:
– assenza di uno o più requisiti del soggetto beneficiario, non sanabile;
– documentazione prodotta incompleta o irregolare per fatti imputabili al beneficiario, non sanabile;
– titolarità di un contratto di lavoro a tempo indeterminato presso un altro soggetto, prima della completa restituzione del finanziamento bancario;
– trasferimento della residenza al di fuori delle regioni ammesse all’incentivo, prima della completa restituzione del finanziamento bancario;
– programma di spesa ammesso non portato a conclusione entro il termine di 24 mesi, salvo il ritardo derivante da fatti o atti non imputabili al soggetto beneficiario;
– trasferimento, vendita o destinazione ad usi diversi da quelli previsti, delle immobilizzazioni materiali o immateriali oggetto dell’agevolazione, prima che siano decorsi 5 anni dal completamento del programma di spesa e comunque prima della completa restituzione del finanziamento bancario;
– cessazione volontaria, vendita o locazione o dell’attività, prima che siano trascorsi 5 anni dal completamento del programma di spesa e comunque prima della completa restituzione del finanziamento bancario;
– fallimento, messa in liquidazione o sottoposizione a procedure concorsuali con finalità liquidatorie del soggetto beneficiario, prima del decorso del predetto termine quinquennale;
– non aver consentito i controlli del soggetto gestore INVITALIA sulla realizzazione del programma di spesa;
– variazioni relative alla localizzazione dell’unità produttiva ed all’attività imprenditoriale che comportino modifiche sostanziali al progetto imprenditoriale approvato;
– ulteriori casi di revoca, in relazione alle condizioni e agli obblighi a carico del soggetto beneficiario, derivanti da specifiche norme settoriali, anche appartenenti all’ordinamento europeo.
Il contributo a fondo perduto è erogato in un’unica soluzione dal soggetto gestore INVITALIA, a seguito dello svolgimento delle verifiche, contestualmente all’erogazione della quota a saldo del finanziamento a fondo perduto (art. 11, co. 5, DM 9 novembre 2017, n. 174), ovvero, qualora sia già stata completata l’erogazione delle risorse, entro 60 giorni dalla presentazione della relativa richiesta.

La società in liquidazione volontaria deve pagare il diritto camerale

La società in liquidazione volontaria è tenuta a pagare il diritto annuale di iscrizione alla Camera di Commercio fino a quando risulta iscritta nel registro imprese. Il suo status non è condizione estintiva della società e non è equiparabile alla procedura di fallimento o di liquidazione coatta amministrativa (Corte di cassazione – ordinanza 11 giugno 2020, n. 11214).

Il diritto annuale di pagamento alla Camera di Commercio è un diritto di iscrizione, ma precisa anche ogni impresa iscritta o annotata nel registro delle imprese è tenuta al pagamento di tale tributo ed il suddetto obbligo cessa solo nel momento in cui si presenti domanda di cancellazione dal registro stesso.

Il presupposto del pagamento del diritto annuale è l’iscrizione e l’annotazione nel Registro della imprese, indipendentemente dallo stato dell’attività o dalla messa in scioglimento e liquidazione o meno dell’impresa.

Le imprese individuali cessano di essere soggette al pagamento del diritto a partire dall’anno solare successivo a quello in cui è cessata l’attività, sempre che la relativa domanda di cancellazione sia presentata entro il 30 gennaio successivo alla sua data di cessazione.

I giudici della Corte hanno già avuto modo di chiarire che qualora una società a responsabilità limitata non abbia chiesto, dopo l’approvazione ed il deposito del bilancio finale di liquidazione, la cancellazione dal registro delle imprese tramite il suo liquidatore, permane, a carico della prima, l’obbligo di pagamento del suddetto diritto.

La disciplina della cessazione dell’obbligo di pagamento del diritto è strutturata sulla distinzione tra imprese soggette a procedura di fallimento o di liquidazione coatta amministrativa, imprese individuali, società è altri soggetti collettivi. Per queste ultime è prevista la cessazione dell’obbligo del pagamento del diritto annuale a partire dall’anno solare successivo a quello in cui è stato approvato il bilancio di liquidazione a condizione che la relativa domanda di cancellazione al registro delle imprese sia presentata entro il 30 gennaio successivo all’approvazione del bilancio finale.

L’esenzione si giustifica in quanto sia il fallimento che la liquidazione coatta amministrativa configurano vicende estintive della società, che non sussistono nella società in liquidazione, posto che lo stato di liquidazione resta nella disponibilità dei soci.

Credito in compensazione oltre la soglia: è omesso versamento

La Corte di Cassazione conferma che in caso di utilizzo in compensazione del credito d’imposta oltre la soglia consentita si verifica un omesso versamento dell’imposta, per cui sono dovute le sanzioni (Ordinanza 1° luglio 2020, n. 13396).

FATTO

A seguito di controllo fiscale l’Agenzia delle Entrate ha notificato alla società atto di recupero di credito di imposta per indebito utilizzo in compensazione oltre la soglia massima consentita, irrogando la sanzione per omesso versamento.
I giudici di merito hanno accolto il ricorso della società rilevando che non potesse essere applicata analogicamente una sanzione non espressamente prevista e disciplinata.

DECISIONE DELLA CASSAZIONE

Riformando la decisione dei giudici di merito, la Corte Suprema ha osservato che “il superamento del limite massimo dei crediti d’imposta compensabili equivale al mancato versamento di parte del tributo alle scadenze previste, che è sanzionato, così come accade ogniqualvolta sia utilizzata la compensazione in assenza dei relativi presupposti”.
Nella fattispecie, riguardante l’indebito utilizzo in compensazione di un credito IVA, la Cassazione ha affermato che la previsione di un limite massimo alla compensazione dei crediti non è in contrasto con la disciplina eurounitaria. In proposito, infatti, la Corte di giustizia europea (causa C-211/16), ha affermato che “l’articolo 183, primo comma, della direttiva IVA deve essere interpretato nel senso che esso non osta a una normativa nazionale che limita la compensazione di taluni debiti tributari con crediti d’imposta sul valore aggiunto a un importo massimo determinato, per ogni periodo d’imposta, a condizione che l’ordinamento giuridico nazionale preveda comunque la possibilità per il soggetto passivo di recuperare tutto il credito d’imposta sul valore aggiunto entro un termine ragionevole”.
La norma nazionale (art. 34, Legge n. 388 del 2000) risponde a tali criteri, essendo prevista la possibilità che il credito in essere possa essere riportato in compensazione nel successivo esercizio o chiesto a rimborso.
Con specifico riferimento alla sanzione, la Corte di Cassazione precisa che l’errata utilizzazione della compensazione in assenza dei relativi presupposti, non integra una violazione meramente formale poiché comporta il mancato versamento di parte del tributo alle scadenze previste e determina il ritardato incasso erariale, con conseguente deficit di cassa, sia pure transitorio. Pertanto, deve ritenersi legittima l’applicazione della sanzione per omesso versamento.

Approvato il modello per la cessione dei crediti d’imposta botteghe/negozi e locazioni

Approvato il modello e le istruzioni per la cessione e le modalità di utilizzo da parte dei cessionari del credito d’imposta relativo ai canoni di locazione di botteghe e negozi e ai canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e affitto d’azienda, istituiti con i decreti “Cura Italia” e “Rilancio” (Agenzia delle Entrate – Provvedimento 01 luglio 2020, n. 250739).

I soggetti che hanno maturato i crediti d’imposta possono optare per la cessione, anche parziale, dei crediti stessi ad altri soggetti, ivi inclusi istituti di credito e altri intermediari finanziari, per la quota non utilizzata direttamente.

La comunicazione dell’avvenuta cessione dei crediti d’imposta è effettuata dal 13 luglio 2020 al 31 dicembre 2021, direttamente dai soggetti cedenti che hanno maturato i crediti stessi, utilizzando esclusivamente le funzionalità rese disponibili nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate, a pena d’inammissibilità.
La suddetta comunicazione deve contenere, a pena d’inammissibilità:
a) il codice fiscale del soggetto cedente che ha maturato il credito d’imposta;
b) la tipologia del credito d’imposta ceduto e – per il credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e affitto d’azienda – il tipo di contratto a cui si riferisce;
c) l’ammontare del credito d’imposta maturato e – per il credito d’imposta per i canoni di locazione degli immobili a uso non abitativo e affitto d’azienda – i mesi a cui si riferisce;
d) l’importo del credito d’imposta ceduto;
e) gli estremi di registrazione del contratto in relazione al quale è maturato il credito d’imposta;
f) il codice fiscale del cessionario o dei cessionari, specificando l’importo del credito ceduto a ciascuno di essi;
g) la data in cui è avvenuta la cessione del credito.

I cessionari utilizzano i crediti d’imposta con le stesse modalità con le quali sarebbero stati utilizzati dal soggetto cedente. Nel caso in cui i cessionari intendano utilizzare i crediti in compensazione:
a) il modello F24 è presentato esclusivamente tramite i servizi telematici resi disponibili dall’Agenzia delle entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento;
b) nel caso in cui l’importo del credito utilizzato in compensazione risulti superiore all’ammontare disponibile, anche tenendo conto di precedenti fruizioni del credito stesso, il relativo modello F24 è scartato. Lo scarto è comunicato al soggetto che ha trasmesso il modello F24 tramite apposita ricevuta consultabile mediante i servizi telematici dell’Agenzia delle entrate;
c) non si applicano i limiti di cui all’articolo 34 della legge 23 dicembre 2000, n. 388 e all’articolo 1, comma 53, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, pro-tempore vigenti;
d) utilizzeranno gli appositi codici tributo, ancora da istituire, e seguiranno le istruzioni per la compilazione del modello F24.

I crediti d’imposta ceduti possono essere utilizzati in compensazione tramite modello F24 a decorrere dal giorno lavorativo successivo alla comunicazione della cessione, previa accettazione da comunicare esclusivamente a cura dello stesso cessionario, a pena d’inammissibilità, attraverso le funzionalità rese disponibili nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate.
L’Agenzia delle Entrate sottolinea che la quota dei crediti d’imposta ceduti che non è utilizzata entro il 31 dicembre dell’anno in cui è stata comunicata la cessione non può essere utilizzata negli anni successivi, né richiesta a rimborso ovvero ulteriormente ceduta (art. 122, co. 3, D.L. n. 34/2020).

In alternativa all’utilizzo diretto, entro il 31 dicembre dell’anno in cui è stata comunicata la prima cessione i cessionari possono ulteriormente cedere i crediti d’imposta ad altri soggetti.
La comunicazione della cessione di cui sopra, a pena d’inammissibilità, avviene esclusivamente a cura del soggetto cedente con le funzionalità rese disponibili nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle entrate.
Il successivo cessionario utilizza i crediti d’imposta secondo gli stessi termini, modalità e condizioni applicabili al cedente, dopo l’accettazione della cessione da comunicare esclusivamente a cura dello stesso cessionario, a pena d’inammissibilità.

 

Anche in caso di cessione dei crediti d’imposta restano fermi i poteri dell’amministrazione finanziaria relativi al controllo della spettanza dei crediti medesimi e all’accertamento e irrogazione delle sanzioni nei confronti dei beneficiari originari che hanno comunicato la cessione (art. 122, co. 4, D.L. n. 34/2020).
I soggetti cessionari rispondono solo per l’eventuale utilizzo dei crediti d’imposta in modo irregolare o in misura maggiore rispetto ai crediti ricevuti. Pertanto, nello svolgimento dell’ordinaria attività di controllo l’amministrazione finanziaria verificherà (Agenzia delle Entrate – Circolare 06 giugno 2020, n. 14/E):
a) in capo al beneficiario originario, l’esistenza dei presupposti, delle condizioni previste dalla legge per usufruire dell’agevolazione, la corretta determinazione dell’ammontare del credito e il suo esatto utilizzo. Nel caso in cui venga riscontrata la mancata sussistenza dei requisiti, si procederà al recupero del credito nei confronti del beneficiario originario;
b) in capo ai cessionari, l’utilizzo del credito in modo irregolare o in misura maggiore rispetto all’ammontare ricevuto in sede di cessione.

Rilascio di garanzie a favore delle imprese agricole in emergenza Covid 19

Forniti i chiarimenti in merito all’applicazione delle modifiche introdotte dalla legge di conversione del DL “Liquidità” all’art. 13, relative alle garanzie che possono essere rilasciate in favore delle imprese agricole. (ASSOCIAZIONE BANCARIA ITALIANA – Circolare 01 luglio 2020, n. 1251, ISMEA – Circolare 22 giugno 2020, n. 3).

In merito alle attività di rilascio di garanzie di cui all’articolo 17 del D.lgs. 29 marzo 2004, n. 102 in combinato disposto con l’articolo 13 del decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23 – Misure a sostegno della liquidità per le imprese danneggiate da COVID- 19 (c.d. DL “Liquidità”) come convertito dalla Legge del 5 giugno 2020, n.40 l’ISMEA, nella circolare in oggetto, distingue le modifiche già operative da quelle che devono ottenere la preventiva autorizzazione dalla Commissione Europea.
Sono già operative e applicabili ai finanziamenti deliberati dalle banche in data successiva a quella di entrata in vigore della cennata legge di conversione (7 giugno 2020). le modifiche alle lettere e), g-ter) e g-quater).
Con specifico riferimento alla lettera e) – ossia le garanzie su operazioni di rinegoziazione/consolidamento – ISMEA chiarisce che, qualora la rinegoziazione/consolidamento abbia ad oggetto più finanziamenti, la banca deve applicare all’operazione un tasso di interesse inferiore alla media ponderata di quelli sui debiti residui oggetto di rinegoziazione/consolidamento.
Sono operative a partire dal 7 giugno anche le modifiche della legge di conversione alla lettera m) relative all’innalzamento dell’importo massimo garantibile a 30.000 euro, alle modalità di calcolo di quest’ultimo e al tasso massimo applicabile. E invece subordinata all’approvazione della Commissione Europea l’adeguamento della durata massima del finanziamento a 10 anni.
Anche l’estensione del perimetro soggettivo della garanzia ISMEA alle imprese forestali e ai comparti dell’acquacoltura e dell’ippicoltura, nonché ai consorzi di bonifica e ai birrifici artigianali, sarà operativa dall’approvazione della Commissione Europea.
I nuovi modelli per la presentazione delle domande sono disponibili sul sito di ISMEA (http://www.ismea.it/flex/cm/pages/ServeBLOB php/L/IT/IDPagina/11028).
Con specifico riferimento alla richiesta di garanzia dei finanziamenti di cui alla lettera m) e alla luce di quanto sopra indicato, si sottolinea che — nelle more dell’autorizzazione della Commissione Europea – la nuova modulistica non prevede la possibilità di erogare finanziamenti fino a 10 anni.

Credito in dichiarazione eccedente rispetto a quello spettante: nessun danno erariale

L’indicazione del credito in dichiarazione in misura eccedente a quella spettante non configura una violazione equiparabile all’indebito o fraudolento uso di tale credito se all’irregolarità formale della dichiarazione non segua il mancato versamento di imposte (Corte di cassazione – sentenza 30 giugno 2020, n. 13101)

In tema di IVA, ove il contribuente, dopo aver utilizzato parzialmente un relativo credito mediante compensazione con altro tributo, negli anni successivi continui a dichiararlo in misura superiore alla residua parte spettante, non è configurabile una violazione equiparabile all’indebito o fraudolento uso di tale credito se all’irregolarità formale della dichiarazione non segua il mancato versamento di imposte.

Solo in caso di mancato versamento delle imposte, il comportamento del contribuente è riconducibile a un concreto danno erariale, non potendo ipotizzarsi un tentativo di illecito fiscale qualora il contribuente tenga una condotta in buona fede e non ponga in essere atti diretti all’utilizzo del maggior credito erroneamente riportato nelle dichiarazioni successive.

Il principio in esame si fonda sulla considerazione che la mera irregolarità relativa alla dichiarazione del credito Iva non può concretizzare un effettivo illecito avente ad oggetto il mancato versamento di imposte, occorrendo che l’illecito sussista effettivamente e che abbia causato un concreto danno erariale.

Agevolazioni fiscali per la delibazione di sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio

Ai provvedimenti di delibazione delle sentenze ecclesiastiche che dichiarano la nullità del matrimonio concordatario devono ritenersi applicabili le agevolazioni fiscali riconosciute agli atti relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o divorzio (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 199 del 2020)

In base alla disciplina relativa ai casi di scioglimento del matrimonio, tutti gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché ai procedimenti anche esecutivi e cautelari diretti ad ottenere la corresponsione o la revisione degli assegni di mantenimento, sono esenti dall’imposta di bollo, di registro e da ogni altra tassa.
La normativa ricomprende nell’alveo dell’agevolazione tutti gli atti, documenti e provvedimenti che i coniugi pongono in essere nell’intento di regolare i rapporti giuridici ed economici relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso.
Secondo la Corte Costituzionale (sentenza n. 154/1999) l’agevolazione va estesa alla totalità dei tributi afferenti gli atti, i documenti ed i provvedimenti relativi alle diverse fasi della crisi del matrimonio, inclusi quindi quelli relativi al procedimento di separazione personale dei coniugi.
La giurisprudenza, al riguardo, ha affermato che la ratio dell’agevolazione risiede nell’esigenza di alleviare l’accesso alla tutela giurisdizionale, evitando che l’imposizione fiscale possa gravare pesantemente sui coniugi, rendendo ancora più difficile il superamento della crisi che stanno vivendo. In altri termini, nel raffronto tra gli interessi in gioco, il legislatore sacrifica le entrate erariali a favore dei diritti fondamentali della persona, prevedendo un regime impositivo speciale accordato in ragione dei suddetti interessi superiori.
Trattandosi di un’esenzione di natura principalmente oggettiva, posta a presidio delle ragioni sociali di tutela della famiglia, di salvaguardia dell’integrità economica nella crisi familiare, di composizione della crisi coniugale, l‘agevolazione deve ritenersi applicabile anche alla delibazione della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio.
La delibazione delle sentenze ecclesiastiche, infatti, costituisce una procedura speciale attraverso la quale, su richiesta di parte (cioè di uno o entrambi i coniugi), si attribuisce efficacia nell’ordinamento giuridico italiano ad una sentenza di nullità del matrimonio pronunciata dai tribunali ecclesiastici.
L’Agenzia delle Entrate ha precisato, peraltro, che i provvedimenti e gli atti giudiziari del procedimento di delibazione delle sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio concordatario, in quanto esenti da imposta di registro, non sono soggetti all’obbligo della registrazione, poiché, alla formalità predetta, sono soggetti solo gli atti giudiziari per i quali l’imposta di registro è dovuta.

Comunicazione e scambio di informazioni fiscali: slittano i termini per il Covid-19

È differito al 30 settembre 2020 il termine di comunicazione all’Agenzia delle Entrate delle informazioni sui conti finanziari (DAC2/MCAA/IGA) da parte degli intermediari (Ministero dell’Economia e delle Finanze – Comunicato 30 giugno 2020, n. 155).

È differito dal 30 giugno 2020 al 30 settembre 2020 il termine per la comunicazione all’Agenzia delle Entrate delle informazioni sui conti finanziari (DAC2/MCAA/IGA) per l’anno 2020 (relative al periodo di reporting 2019) da parte delle istituzioni finanziarie italiane, a causa dell’emergenza sanitaria connessa alla pandemia COVID-19.
La proroga riguarda l’obbligo di comunicazione delle informazioni da scambiare con gli altri Stati membri UE (sulla base della direttiva 2014/107/UE, c.d. DAC2), con gli altri Paesi non UE (sulla base del Multilateral Competent Authority Agreement firmato il 29 ottobre 2014), con gli Stati Uniti (nell’ambito dell’accordo intergovernativo ratificato con legge 18 giugno 2015, n. 95 relativo alla implementazione della legislazione FATCA).

Si attende la pubblicazione del decreto del MEF.

Modifiche alla memorizzazione elettronica e trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi

In considerazione delle difficoltà conseguenti alla situazione emergenziale provocata dal COVID-19, il decreto legge n. 34/2020 (Rilancio) ha apportato delle modifiche alle disposizioni dell’articolo 2 del decreto legislativo n. 127/2015 in tema di obbligo di memorizzazione e trasmissione telematica dei dati dei corrispettivi giornalieri. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Provvedimento 30 giugno 2020, n. 248558).

In particolare, l’articolo 140 del predetto decreto legge ha modificato i termini di adeguamento graduale all’obbligo in argomento da parte degli esercenti al dettaglio e attività assimilate, portando la scadenza ultima al 1° gennaio 2021. Inoltre, l’articolo 141 del decreto legge Rilancio ha prorogato al 1° gennaio 2021 anche l’entrata in vigore della lotteria dei corrispettivi (all’articolo 1, comma 540, della legge n. 232/2016).
Tanto premesso, con il provvedimento in oggetto sono adeguati, rispetto ai nuovi termini, i contenuti dei provvedimenti del 28 ottobre 2016 e successive modificazioni e del 31 ottobre 2019 e successive modificazioni.
Inoltre, viene adeguato il termine di entrata in vigore dell’utilizzo esclusivo del nuovo tracciato telematico dei dati dei corrispettivi giornalieri e del conseguente adeguamento dei Registratori telematici. Al riguardo, al fine di recepire indicazioni provenienti dalle associazioni di categoria è stato aggiornato l’allegato tecnico denominato “Allegato – Tipi di Dati per i Corrispettivi versione 7.0 – giugno 2020”: la modifica ha riguardato la descrizione di alcuni campi del tracciato lasciandone invariata la struttura.
La modifica all’allegato tecnico denominato “Allegato – Tipi Dati Documento Commerciale ai fini Lotteria” si è resa necessaria per classificare alcune altre modalità di pagamento come “Non Riscosso”.
Per quanto riguarda il layout del Documento Commerciale, le modifiche hanno l’obiettivo di assicurare una leggibilità semplificata e l’ottimizzazione del contenuto al fine di ridurre il consumo di carta nel caso di stampa analogica del documento.
Vengono infine adeguati al 31 dicembre 2020 anche i termini entro i quali i produttori possono dichiarare la conformità alle specifiche tecniche di un modello già approvato dall’Agenzia delle entrate.